Latino

Anni fa, nella mia posizione di cappellano semiufficiale degli stranieri che frequentano la chiesa del seminario a Dhaka, il coro mi chiese con insistenza di imparare qualche canto gregoriano. Mi diedi da fare con il Pater Noster e la prima difficoltà fu aspettare che il chitarrista, dopo molti ostinati tentativi, si persuadesse che non poteva accompagnarlo ritmandolo alla chitarra. Dopo la sua resa sconsolata e un po’ offesa, la preparazione procedette speditamente e arrivammo alla prima volta, durante una Messa domenicale. Stupore, compiacimento, complimenti… ma dopo altre due o tre volte, il chitarrista si prese la rivincita e a ritirarsi fu il canto Gregoriano, presto dimenticato.
In Myanmar, al seminario maggiore che raccoglie i seminaristi di tutto il Paese, due volte la settimana Messa, Rosario e altre preghiere sono in latino. Mi dicono che in alcune diocesi la gente sa cantare la Messa in Gregoriano (per la precisione la Messa “De Angelis”, e se i lettori giovani non sanno che cosa sia, peggio per loro!) Ci tengono, perché usandolo si sentono parte della tradizione universale e non piccolo gruppo isolato fra i monti. Ci restano male, se vengono a sapere che l’universalità del latino non c’è più…
Sulla qualità del canto, non mi pronuncio. Ma il problema non riguarda solo il Gregoriano!

Messaggio 3

Il “bicchier d’acqua” di Naomi (cfr. Scheggia “Messaggio” del 16 giugno, e “Messaggio bis” dell’ 8 agosto) ne ha fatti arrivare altri, anche telefonici, fra i quali ne scelgo due.
10 agosto 2014 – Carissimo, non scrivo mai ma stavolta lo devo fare. Ho appena finito di leggere il tuo Messaggio Bis. Mi sono commosso, perché è così vero.
Accettare che a una certa età bisogna essere capaci di chiedere aiuto, e lasciare che altri ci diano una mano, è una lezione che sto imparando ogni giorno. La verità è che spesso mi arrabbio perché non riesco a fare quello che ho in testa. Mi mancano proprio le forze fisiche. Specialmente nel lavoro con i bambini e nella campagna. Non riesco più a lavorare tutto il giorno con loro o a salire sul trattore senza tirarmi su con una corda. Da ridere, spesso. Ma è anche bello. Rido di me stesso quando devo inventare qualcosa che mi aiuti a fare dei lavori che prima facevo senza pensare. I bambini hanno cominciato a chiamarmi “papa” – nonno in dialetto locale. Prima ero Mr. Gigi. Fantastico. Gli anziani invece mi chiamano ” Uncle” – segno di rispetto. Tirem innanz.
8 agosto 2014 – Caro padre Franco, che bella questa scheggia!
Davvero dovremmo imparare a stimare di più la fragilità a cui quasi tutti, prima o poi, in qualche modo andremo soggetti, e le persone che la vivono già sapendo che, come dice l’apostolo, quando sono debole, è allora che sono forte! (2Cor 12,10).
E’ davvero triste che ci siano persone (io pure ne conosco), magari anche impegnate nella carità verso questi nostri fratelli, ma che pensano che la loro vita, in fondo, non sia degna di essere vissuta; eppure la storia umana dovrebbe averci ben insegnato le conseguenze pratiche di questo modo di pensare! (…) Pace e Bene! Mario

Grazie a tutti! A Mario chiedo scusa: mi ha dato pure l’indirizzo di un sito dove entrare per trovare conferma di quanto scrive, ma non ci sono riuscito: misteri della navigazione in internet… A Gigi suggerisco d’inventare il gioco “Mettiamo il nonno sul trattore”, con ricchi premi per chi riesce a issarlo più in fretta, ma con la dovuta delicatezza, per non danneggiare il nonno stesso…

Ispirazione

Da un anno p. Adriano lavora in una parrocchia che non conosco. In occasione di una sosta a Bangkok vado a trovarlo; ma quando arrivo, sta per uscire: “Devo incontrare alcune persone, vieni con me, poi ti riporto a casa.” “Mi dispiace, ma non ho tempo, devo preparare il corso sul mistero di Cristo…”. Adriano taglia corto: “Per il corso su Gesù, i piccoli ti ispirano meglio dei libri, vieni!” Ma come? Il mio corso è una cosa seria, va preparato bene! Seguo Adriano brontolando fra me e me. Si ferma a salutare un branchetto di ragazzi che giocano lungo un canale. “Sono buddisti – mi dice. Vengono in parrocchia il sabato pomeriggio per qualche ora di doposcuola; poi leggiamo e commentiamo un pezzetto di Bibbia; sembra che piaccia.” Segue lungo colloquio con un giovane disoccupato perché mandi i figli a scuola, poi visita a una vedova che stirando mantiene due nipoti, perché figlio e nuora sono in galera. La gente ci guarda, commenta, qualcuno saluta…
Ci spostiamo in riva al fiume. Seduto su un tavolo in mezzo a barche in riparazione, un anziano magro, magro accoglie Adriano con entusiasmo e racconta animatamente: “Stanotte sono stato molto male, il cuore faceva ‘huef, huef…’ Volevo chiamare, non riuscivo a parlare. Allora ho ricordato quello che mi hai detto, che Dio è padre, e ho detto il Padre nostro. Vedi che sto bene?” “A noi sembra scontato, mi spiega Adriano, ma incominciare a credere che Dio è nostro Padre porta una rivoluzione nelle persone. Per ora ha imparato solo questo, ma vedi com’è contento?” Poi continua: “L’altro giorno, con alcuni ragazzi e adulti del quartiere, abbiamo letto in un salmo: Grandi sono le opere del Signore. Ho chiesto: secondo voi, quali sono queste grandi opere del Signore? Lunga pausa, poi arriva la risposta: quelle che fai tu.”
Eccola qui l’ispirazione per il corso sul mistero di Cristo…
Non partirò spiegando Gesù e i suoi tempi, ma dicendo che il mistero è qui, oggi: perché quest’uomo viene dall’Italia alla Thailandia a cercare quattro mocciosi senza futuro, a dar tempo a un fannullone, ad ascoltare cosa pensano alcuni analfabeti? Dice che lo fa per seguire Gesù. E come avvenne per Gesù, il suo fare e dire rimandano oltre. Le “grandi opere di Dio” sono certo gli oceani e i cieli, ma più ancora sono quelle di un Nazareno figlio di falegname che si china sui bimbi, perdona le prostitute, tocca i lebbrosi, capovolge i nostri criteri di giudizio, si lascia crocifiggere pregando per chi lo uccide. Il “mistero di Cristo” è lì, nel suo proporci un Dio diverso e nel nostro crederlo presente proprio in Lui. Senza saperlo, è questo il Dio di cui sentiamo il bisogno, non una brutta copia ingigantita delle nostre storture. Oggi, come tanti, tanti anni fa.

Risse

Un giovanotto di un villaggio vicino va a Kurigram dal calzolaio per far gonfiare il pallone; accidentalmente uno schizzo di liquido per lustrare le scarpe gli sporca la camicia. Conseguenza? Una rissa colossale che coinvolge 2 villaggi, con 150 feriti, di cui 17 ospitalizzati, e almeno 50 (cinquanta) case incendiate insieme ad un pulmino, 6 tricicli elettrici e cinque riksciò, mentre la polizia accorsa spara 65 bombe lacrimogene e arresta 28 persone… Nello stesso giorno, il primo agosto, un quotidiano riferisce anche di un altra località, dove si lamentano un morto e 10 feriti a seguito di un disaccordo sul luogo dove tenere la grande preghiera della festa Id-ul-Fitr. Tre giorni prima, due morti e molti feriti in una cittadina di provincia per una rissa nell’acquisto dei biglietti del treno prima delle feste.
Ci sono i casi “seri”, vere e proprie battaglie per questioni di proprietà delle terre; ma ci sono anche queste improvvise fiammate, in cui persone normalmente tranquille e gentili perdono completamente il controllo, e si lotta alla morte senza neppure sapere perché. I giornali ne parlano soltanto quando ci scappa il morto, o quando i feriti superano la cinquantina, o quando il traffico viene bloccato per ore. Non solo nei villaggi! Un universitario che fa una battuta su una ragazza dell’altra università è una scintilla per lotte che durano giornate intere e sfasciano aule. Quando si chiede loro il motivo, spesso la risposta non arriva: pura solidarietà di gruppo: se sei dei miei, certamente hai ragione…

Pause

Mesi fa hanno iniziato a costruire una piccola moschea a tre-quattrocento metri di distanza dalla nostra casa a Dinajpur. Come sempre in questi casi, a fianco della strada dove sta sorgendo, hanno piazzato un tavolino, qualche sedia, un registratore con megafono dove persone di buona volontà si alternano nell’invitare i passanti a lasciare un’offerta. Tutto bene. Il problema è che il registratore funziona ininterrottamente dall’alba fino a  sera, e – pur lontani come siamo – ci ritroviamo la casa inondata di canzoncine, filastrocche, racconti, e poi ancora canzoncine, filastrocche e racconti, e poi ancora canzoncine… sempre uguali. Per essere giusti non dovrei dire “ininterrottamente”, perché quando risuona, cinque volte al giorno, il richiamo alla preghiera, l’altoparlante tace per non soverchiare il richiamo e poi per lasciare il tempo di pregare senza disturbo. In queste condizioni, credo che anche un ateo privo di dubbi ammetterebbe che pure la preghiera ha una sua utilità…

Canton

Ci ha lasciati in punta di piedi il 29 luglio, nella casa di Lecco dove risiedeva da qualche anno, il fisico in buone condizioni, la mente colma di ricordi vivi ma disordinati, quasi sempre spersa a ricercare la sua vita passata in Bangladesh.
Ha vissuto e lavorato in Pakistan (poi Bangladesh) per 57 anni, realizzando un numero imponente di opere varie: scuole, dispensari, parrocchie…
Ma non solo costruzioni! L’arcivescovo di Dhaka, un religioso, diceva: “Ho capito la vocazione del prete diocesano conoscendo p. Canton, il suo attaccamento alla parrocchia, il pensiero costantemente rivolto alla sua gente. La mattina era lui a suonare la prima campana e poi andava in chiesa, a pregare e aspettare che arrivassero i fedeli. Noi religiosi “lasciamo” la comunità per dedicarci alla pastorale, per lui la pastorale era tutto: impegno, comunità, famiglia.”
A volte burbero e spiccio, autoritario, decisionista, sapeva trattare con chiunque e aiutare tutti, anche se parlava un bengalese che noi, per prenderlo in giro, chiamavamo “cantonese”. Nel difficile periodo della guerra e del dopoguerra la sua autorevolezza venne riconosciuta da tutti e fu utile a molti. Aveva il gusto della competizione: se p. Gerlero costruiva un ostello a Bonpara, lui doveva costruirlo più grande a Borni, se un altro spendeva poco per comprare il riso, lui doveva riuscire ad averlo a meno ancora. Competizione benevola, un po’ sbruffona, che favoriva le battute e l’amicizia con tutti.
Sempre ottimista e infaticabile; p. Quirico Martinelli scrive rivolgendosi a lui: “Mai Paura! Era la tua frase ricorrente… Di fronte ai guai e ai fallimenti (e ne hai avuti anche tu, senza farlo sapere troppo in giro…) riprendevi di nuovo come se niente fosse, senza scoraggiamenti e lamenti. “Mai paura” e forse aggiungevi nel tuo cuore ” Il Signore c’e’ ! “. Sei stato il mio primo Parroco. Ero arrivato dall’Italia che avevo 25 anni, tante idee, tanto entusiasmo, ma un giovincello senza esperienza. Mi hai insegnato prima con l’esempio che con le parole (non facevi tanti discorsi) a lavorare sodo per il Signore, senza perder tempo, e ad amare la gente. Gente semplice ed insieme difficile, che tante volte ti faceva arrabbiare: allora gridavi, tanto che ti sentivano anche al di la’ del fiume… e io accorrevo pensando che fosse successo chissà che cosa e invece niente, erano problemi normali, di tutti i giorni. La gente ha però un sesto senso per capire che erano parole che venivano dal cuore e ti voleva bene: avrebbe fatto qualunque cosa per te.”
Qualche volta mi disse: “Fra poco lascio, torno in Italia in una parrocchietta di montagna nel mio Friuli, dove stare finalmente tranquillo”. Gli rispondevo: “Canton, quella parrocchietta non esiste, non è stata ancora inventata…” Infatti, ha lasciato il Bangladesh proprio contro voglia, solo quando la mente ha incominciato a tradirlo.
Mi piace pensare che, arrivato in Paradiso, abbia subito detto: “Date un’occhiata giù, alla svelta: quando c’ero io certe cose non succedevano, hanno bisogno di aiuto. Ascoltate me e mettiamo a posto tutto…” Speriamo che lo ascoltino!

Messaggio bis

“Ciao Franco, come stai? Sono andato a leggermi le ultime “Schegge del Bengala”, mi sembrano un po’ calate o sbaglio? Poi cos’è questa storia del “bicchiere d’acqua’ soltanto? Hai problemi di salute o è solo una meditazione sulla morte, tipo quelle che si facevano durante gli esercizi spirituali? Ti spero in salute, seppure un po’ invecchiato (ma quello capita anche a me)”.
Così m’ha scritto un amico, riferendosi alla “Scheggia” intitolata “Messaggio”, andata in rete il 16 giugno scorso. Parlava di Naomi, la volontaria giapponese che dirige la Comunità dell’Arche, e della sua gioia perché dopo vari anni finalmente un loro ospite era riuscito a bere da solo un bicchier d’acqua. La Scheggia concludeva così: “Ora che gli anni aumentano e l’attività inevitabilmente deve calare, trovo il “messaggio” di Naomi di straordinaria verità. Fra non molto potrò soltanto offrire un bicchiere d’acqua e nient’altro. Forse neppure potrò offrirlo, ma solo riceverlo; ma anche allora sarà possibile uno sguardo di riconoscenza, che accolga e offra il volersi bene”.
Ho risposto al mio amico che ha ragione, le Schegge sono sottotono, perché ho attività sempre più disparate che sembrano sfuggire al mio controllo. A volte mi sento assalito da mille cose e cosucce che soffocano la possibilita’ di guardarsi intorno con calma, di annotare un’osservazione che viene in mente… il tutto, ovviamente, aggravato dal fatto che con l’eta’ la fatica si fa sentire e la “produttivita’” diminuisce drasticamente.
Ma vado avanti perché l’ho promesso a Maria, una nuova amica per corrispondenza che mi ha scoperto proprio attraverso quello che scrivevo.
Gli ho anche scritto che il riferimento al “bicchier d’acqua” non è frutto di un momento di cattivo umore o di un pio esercizio spirituale, ma “è un mio pallino non certo recente. Se sfogli il mio libro: “La forza della debolezza” (EMI) vi trovi un articolo dedicato ai missionari che non sanno invecchiare, che non accettano di dover essere aiutati: è una debolezza grande, camuffata da forza eroica. Tanti anni fa un amico con cui mi trovavo ogni tanto ad accompagnare un handicappato mi disse: “Se dovessi finire come lui, mi ammazzerei”. La cosa mi fece riflettere molto. Ci vidi una specie di involontaria inautenticità: assistere, aiutare, scherzare, ma in fondo pensare che quella vita sarebbe meglio non viverla! Da allora ho spesso riflettuto sull’ipotesi che a me succeda qualcosa del genere (chi sono io perche’ non debba succedermi?), e non vorrei essere aiutato da gente che pensa che farei bene ad ammazzarmi. La conversazione con Naomi non ha fatto che farmi ritrovare gli elementi di questa riflessione che, come ho detto, sono anche alimentati dall’esperienza quotidiana con confratelli “eroici” che mai ammetterebbero di aver bisogno di un bicchier d’acqua, e che pretendendo di non essere di peso – diventano pesantissimi. E allora sì, anche se può suonare mestamente, non trovo nulla di male se a 70 anni di età si prende atto che la direzione in cui camminiamo è quella, e ringraziare Dio perche’ ci sono persone come Naomi che trovano la pienezza della loro vita anche solo nel sostenere il bicchiere di uno spastico… Assieme a “eroi” rompiscatole si trovano anche anziani e ammalati che sono davvero un ristoro per la mente e lo spirito, nonostante i loro acciacchi: vorrei tentare di essere uno di loro, preparandomi per tempo”.
Ed ecco la sua risposta: “Bene, sono contento dell’interpretazione del bicchiere d’acqua. Riprendi ciò che mi hai scritto, togli tutti i riferimenti personali e scrivi un’altra bella scheggia di riflessione, tipo: “Ritornando sul bicchiere d’acqua di Naomi”. Ho trovato molto bello ciò che scrivi. Mio nonno, passando davanti al cimitero, mi diceva sempre: “Vedi, tutti questi si credevano indispensabili”. E’ una frase che mi accompagna spesso. Di “bicchieri d’acqua” donatami da altri ne ho bevuti parecchi in questi anni; qualche piccolo bicchiere l’ho sporto anch’io. Stai tranquillo, Franco. Saprai invecchiare serenamente senza rompere le scatole … Continua a scrivere Schegge, anche quelle sono i tuoi “bicchieri d’acqua” e si possono scrivere anche a novant’anni (sempre che ti regga la testa… ma te l’auguro). Ti assicuro che fanno bene, sono una sorsata di acqua pura … Un lettore come vedi è assicurato. Stammi bene”.
Gli ho dato ascolto, come vedete.

Chirurgia

La politica, qui, non va per il sottile: se non hai la tua banda di picchiatori stai tranquillo che non vai lontano. E i picchiatori, zelanti, sono sempre alla ricerca di metodi efficaci per far capire e accettare le loro ragioni. La sezione giovanile del partito islamico Jamaat, ad esempio, trova persuasivo il metodo di tagliare i tendini dei piedi o delle braccia ai giovani del partito arcinemico, Awami League. I giovani ne hanno sofferto, ovviamente, ma hanno imparato: si sono messi a usare lo stesso metodo, perfezionandolo. Ora non è infrequente sentire che, nella lotta per appalti e controlli di aree universitarie che devasta l’Awami League al suo interno, due diverse fazioni dello stesso partito vadano oltre il taglio dei tendini, e trovino più efficace l’amputazione totale: un piede, una mano o due, una gamba…

Kalpara

Domenica prossima leggeremo nel Vangelo lo sconcertante sfogo/preghiera di Gesù, che ringrazia il Padre perché ha rivelato il Vangelo ai piccoli, e lo ha nascosto ai sapienti e agli intelligenti; e continua: “Venite a me, voi che siete stanchi…”. Per tutta la settimana mi sono chiesto come commentarlo, come ritrovarlo o collocarlo nella vita delle persone con cui avrei celebrato la Messa. Sabato, il parroco P. Gianni mi chiede di andare a celebrare a Kalpara: “Non ci sei mai stato ma non è lontano, e si raggiunge facilmente”. Infatti. M’accompagnano due ragazze dell’ostello, su stradette fangose, in un’area periferica ancora ariosa e silenziosa, nella prima mattinata. Ad una svolta si fermano a guardarmi e sorridono, mentre subito dopo di loro arrivo e alzo lo sguardo sulla chiesetta. “Ti piace?”. Sì è bella, un edificio semplicissimo, ma gradevole, una sorpresa inaspettata dopo tante casette anonime, cortili disordinati, piccoli magazzini, qualche campo…
Pian piano, la gente arriva. Mi spiegano che ci sono 31 famiglie Orao, di cui 19 cattoliche, sparpagliate nell’area. Lavoratori a giornata, alcuni mantengono moglie e figli tirando il riksciò, o con altri lavori da poveri e poverissimi. Molti ancora analfabeti, si sforzano di mandare i figli a scuola, e di vivere nelle loro tradizioni e cultura anche lontani dai villaggi d’origine e sommersi dall’immensa maggioranza bengalese e musulmana. La domenica, in quella chiesetta, rendono visibile la chiesa che Cristo ha fondato, raccontano con la loro presenza del suo amore e della sua risurrezione. Come commentare il vangelo di oggi? Ho detto loro: Gesù, senza dubbio, parlava pensando proprio a voi…

Indizi

Alle due di notte del 7 luglio, una quindicina di uomini fa irruzione nella casa parrocchiale di Boldipukur (diocesi di Dinajpur), sfondando la porta e bloccando il vice parroco p. Anselmo. Mettono a soqquadro la camera, chiedendo con insistenza dove sono i soldi, portano via computer, calice, il poco contante che c’è…
Contemporaneamente, altri immobilizzano e legano due guardie notturne, uccidono uno dei cani, sfondano la porta dell’edificio del dispensario medico entrando nella stanza dove dormono alcune donne addette alla portineria e le picchiano duramente perché dicano dove si trovano le suore. La più anziana, con problemi motori, è lasciata a terra svenuta e sanguinante.
La suora che dorme al piano di sopra sente le urla, accorre, e i banditi la inseguono fino nella sua stanza, dove picchiano anche lei buttando per aria tutto. Poi passano alla casa delle suore sfondando, devastando stanza per stanza, frugando, picchiando, insultando. Sono una quarantina, quasi tutti giovani, armati di coltellacci da macellaio, indossano solo il lunghi, sembrano organizzati e sicuri di sé. Solo dopo un’ora e mezza l’arrivo della polizia li mette in fuga, senza che nessuno venga arrestato.
Sono arrivato sul posto poche ore dopo, pensando a uno dei tanti comuni episodi di banditismo che succedono in abbondanza in Bangladesh, anche perché la missione si trova in una zona nota per assalti, conflitti e ruberie – che s’intensificano nel periodo del Ramadan, forse perché qualcuno vuol celebrare meglio la festa conclusiva…
Fondata dal PIME fra popolazioni prevalentemente di etnia Orao, Boldipukur è parrocchia dal 1951, e ora vi operano due preti diocesani e otto suore Missionarie dell’Immacolata-PIME: una indiana e sette bangladeshi. Non è nuova, purtroppo, a momenti difficili e turbolenze, perché i rapporti con una parte della popolazione locale, bengalese e musulmana, sono tesi per questioni di terre, create a alimentate da un signorotto arricchitosi con gli aiuti che arrivavano dopo la guerra (1971).

Tuttavia, l’assalto di cui è stata oggetto nella notte fra il 6 e il 7 luglio non sembra proprio “normale”: per il numero degli assalitori, lo stile, l’organizzazione.
Specialmente il comportamento con le suore è un indizio preoccupante. Finora, in Bangladesh, le suore sono state rispettate da tutti, anche da chi sa solo che vestono una divisa, sono cristiane, si dedicano a scuole e ospedali, e sono… le mogli dei preti. Ma perché questa volta, mentre il vice parroco l’ha passata relativamente liscia, loro sono state picchiate e minacciate di morte? Si tratta di un segnale perché – oltre che nel frequentatissimo dispensario – operano nella scuola, e uno dei motivi di tensioni è il terreno adiacente alla scuola? O questo fa parte di un imbarbarimento che sembra stia avvenendo nella società bengalese? Oppure ancora si vuol far capire che non c’è posto per le minoranze tribali, cristiane o no che siano?
“Aiutateci: ci sentiamo proprio soli…!” ha detto un anziano catechista al vescovo che ripartiva dopo la lunga visita piena di sfoghi, riflessioni, domande rimaste senza risposte.