Sconto

Treno affollato, come sempre. Passa il controllore, come raramente. “Biglietto” intima ad un tipo benvestito. “Non ce l’ho.” “70 taka, più la multa di 500″. “Lo
sconto?”. Pausa, silenzio, ammiccamento. “Mi dia 50 taka”. “Ma poi?” “Poi, nessun problema”. Le 50 taka passano di mano, il biglietto non si vede. Stessa
scena con un buon numero di passeggeri, e dopo una ventina di minuti il treno si ferma, in campagna. Un’occhiata dal finestrino… manca pochissimo alla
stazione. I passeggeri che hanno avuto lo sconto scendono e proseguono a piedi. Il treno riparte per la fermata ufficiale, dove altri controllori sono all’erta,
e scendono quelli che hanno il biglietto. Nessun problema.

Simpatia

Lo sciagurato aveva tranciato obliquamente un grosso filo di ferro per fissare il pignone della ruota del suo riksciò, parcheggiato nel bazar in mezzo alla
strada. Arrivo io, zigzagando lentamente tra un carretto, una capra, una bancarella, un mendicante; urto leggermente il riksciò, e la ruota quasi nuova si
squarcia… neanche avessi usato un coltellaccio. Naturalmente non so dove siano gli attrezzi, naturalmente i giovanotti che accorrono montano il crick dalla
parte sbagliata, naturalmente la ruota di scorta è sgonfia, naturalmente fa un gran caldo, e naturalmente si mette a piovere… Non ne possiamo più.
Naturalmente abbiamo parecchi spettatori che commentano; fra gli altri, una famigliola musulmana povera povera che ha la capanna proprio dove siamo
fermi. Pian piano, passano dalla curiosità alla simpatia per suor Dipika con il suo abito bianco, e per me, straniero accaldato che balbetta la loro lingua. Dopo
qualche esitazione e consultazione fra marito, moglie, zia, nonna e vicini di casa, ci invitano nel cortile, offrono acqua, comprano biscotti per rifocillarci, e
poi ci invitano per il pranzo. Ancora una volta, il Bangladesh si fa voler bene.

Al tuo paese

Dopo la parentesi in Myanmar, di nuovo in Bangladesh.
P. Giulio si azzarda a viaggiare in moto nonostante sia stato proclamato un “oborodh”, blocco totale della circolazione. Altre volte ce l’ha fatta, ma questa volta incappa in un posto di blocco dall’aria aggressiva. “C’è oborodh, non deve circolare nessuno.” “Ma io pensavo che l’adesione agli scioperi e agli oborodh fosse libera, partecipa chi è d’accordo…” “No, devono partecipare tutti, non importa quello che pensano, e tu non puoi circolare” “Ma questa non è democrazia!” “Se vuoi la democrazia, vai a cercarla al tuo paese”" “D’accordo, vado subito”: ingrana la marcia e li lascia con un palmo di naso…

Scheggette birmane 2

Le suore di Maria Bambina avevano accanto a Taunggyi un piccolo centro per ospitare persone con handicap mentali e fisici. Fratel Felice Tantardini aveva lavorato sodo alle modeste costruzioni, ed è stato sepolto là in una semplice tomba spesso visitata da parecchi. In questi anni le strutture sono aumentate e migliorate, pur restando semplici e povere, e undici suore, tutte del Paese, si prendono cura di 205 ospiti, oltre a 32 piccoli orfani. New Humanity ha allestito una sala di fisioterapia come si deve.
L’unico seminario maggiore del Paese, che serve 16 diocesi con un milione di cattolici, è stato suddiviso in tre: filosofia vicino a Mandalay, e spiritualità a Taunggyi, mentre la teologia è rimasta a Yangon; ci sono un totale di quasi 350 seminaristi, in locali molto ridotti. Dal prossimo anno, si avvia il nuovo seminario di teologia a Loikaw, raccogliendo candidati di 5 diocesi, tutte fondate dal PIME.
Mi racconta p. Charles: “E’ venuto a trovarci p. *** e si stupiva perché ricordiamo continuamente il PIME e il suo lavoro. Come non ricordare? Siete voi che ci avete fatto conoscere Gesù!”

Scheggette birmane 1

Per un osservatore occasionale, è cambiato qualcosa in questi ultimi anni?
Il traffico, aumentato, rimane calmo e ordinato, quasi silenzioso. Innumerevoli le moto piccole e gli scooter, niente motori ruggenti. Moltissime, forse la maggior parte, sono guidate da donne… e questo sorprende davvero chi viene dal Bangladesh!
Si costruisce molto, ma non ho visto “mostri” edilizi. Taunggyi continua a tenere industrie e case popolari ai piedi del monte, mentre uffici, scuole, banche, alberghi stanno su e possono permettersi di apparire un’isola felice, ricca di pagode scintillanti, fresca e tranquilla.
La moda cambia, le ragazze hanno ancora i capelli lunghi, ma non incredibilmente lunghi come prima. Gli abiti tradizionali rimangono, per uomini e donne, largamente più usati dei jeans e delle magliette.
Pubblicità? Le marche di birra dominano incontrastate, seguite dalle creme e dalle varie miscele solubili “three in one”: caffè, polvere sostitutiva del latte, zucchero. Noi lo chiameremmo cappuccino. Non vedo (per adesso) lavatrici né frigoriferi.
Di politica prima si taceva, ora si sussurra. Speranza contenuta, fierezza quando si usa il passato: “C’era la dittatura militare”, o il futuro: “L’anno prossimo nuove elezioni”. Si guarda con desiderio a paesi più “progrediti”, ma anche con timore, consapevoli che non tutto è oro quello che luccica. Non sembra che ci sia la corsa ad imitare, ma la voglia di essere se stessi, in libertà.
Molte regioni che prima erano chiuse perché afflitte da guerriglia, ora sono pacificate, e si lavora intensamente per trovare accordi anche dove ancora si combatte, specie nell’ovest. Si tratta, si spera, ma rimane una domanda che rode dentro: si potrà mai credere che manterranno le promesse? L’esercito è ancora “blindato”, saldamente in mano solo ad alti ufficiali di etnia birmana e religione buddista.

Myanmar

Dopo 7 anni di pausa, torno per un breve corso di teologia ai seminaristi dell’anno di spiritualità: sono 47, provenienti da tutte le 16 diocesi del Myanmar. Nel frattempo i media ci hanno parcamente informato che il regime militare ha allentato un po’ i freni, ci sono state elezioni per un parlamento dove la maggioranza dei membri non viene eletta, si profilano prudenti cambiamenti verso maggiore libertà, rispetto per le minoranze politiche e etniche. Alcune aree di guerriglia sono state pacificate. Aung San Su Kyi, liberata da anni di custodia domiciliare, gira e fa politica, ma non partecipa alle elezioni presidenziali perché una clausola impone che non solo i candidati, ma tutta la famiglia siano cittadini birmani. Guarda caso, il defunto marito di lei era inglese. Sembra che sia amata, ma non idolatrata: se non diventa presidente, pazienza, ora la porta è aperta per scegliere qualcuno che faccia bene.

Latino

Anni fa, nella mia posizione di cappellano semiufficiale degli stranieri che frequentano la chiesa del seminario a Dhaka, il coro mi chiese con insistenza di imparare qualche canto gregoriano. Mi diedi da fare con il Pater Noster e la prima difficoltà fu aspettare che il chitarrista, dopo molti ostinati tentativi, si persuadesse che non poteva accompagnarlo ritmandolo alla chitarra. Dopo la sua resa sconsolata e un po’ offesa, la preparazione procedette speditamente e arrivammo alla prima volta, durante una Messa domenicale. Stupore, compiacimento, complimenti… ma dopo altre due o tre volte, il chitarrista si prese la rivincita e a ritirarsi fu il canto Gregoriano, presto dimenticato.
In Myanmar, al seminario maggiore che raccoglie i seminaristi di tutto il Paese, due volte la settimana Messa, Rosario e altre preghiere sono in latino. Mi dicono che in alcune diocesi la gente sa cantare la Messa in Gregoriano (per la precisione la Messa “De Angelis”, e se i lettori giovani non sanno che cosa sia, peggio per loro!) Ci tengono, perché usandolo si sentono parte della tradizione universale e non piccolo gruppo isolato fra i monti. Ci restano male, se vengono a sapere che l’universalità del latino non c’è più…
Sulla qualità del canto, non mi pronuncio. Ma il problema non riguarda solo il Gregoriano!

Messaggio 3

Il “bicchier d’acqua” di Naomi (cfr. Scheggia “Messaggio” del 16 giugno, e “Messaggio bis” dell’ 8 agosto) ne ha fatti arrivare altri, anche telefonici, fra i quali ne scelgo due.
10 agosto 2014 – Carissimo, non scrivo mai ma stavolta lo devo fare. Ho appena finito di leggere il tuo Messaggio Bis. Mi sono commosso, perché è così vero.
Accettare che a una certa età bisogna essere capaci di chiedere aiuto, e lasciare che altri ci diano una mano, è una lezione che sto imparando ogni giorno. La verità è che spesso mi arrabbio perché non riesco a fare quello che ho in testa. Mi mancano proprio le forze fisiche. Specialmente nel lavoro con i bambini e nella campagna. Non riesco più a lavorare tutto il giorno con loro o a salire sul trattore senza tirarmi su con una corda. Da ridere, spesso. Ma è anche bello. Rido di me stesso quando devo inventare qualcosa che mi aiuti a fare dei lavori che prima facevo senza pensare. I bambini hanno cominciato a chiamarmi “papa” – nonno in dialetto locale. Prima ero Mr. Gigi. Fantastico. Gli anziani invece mi chiamano ” Uncle” – segno di rispetto. Tirem innanz.
8 agosto 2014 – Caro padre Franco, che bella questa scheggia!
Davvero dovremmo imparare a stimare di più la fragilità a cui quasi tutti, prima o poi, in qualche modo andremo soggetti, e le persone che la vivono già sapendo che, come dice l’apostolo, quando sono debole, è allora che sono forte! (2Cor 12,10).
E’ davvero triste che ci siano persone (io pure ne conosco), magari anche impegnate nella carità verso questi nostri fratelli, ma che pensano che la loro vita, in fondo, non sia degna di essere vissuta; eppure la storia umana dovrebbe averci ben insegnato le conseguenze pratiche di questo modo di pensare! (…) Pace e Bene! Mario

Grazie a tutti! A Mario chiedo scusa: mi ha dato pure l’indirizzo di un sito dove entrare per trovare conferma di quanto scrive, ma non ci sono riuscito: misteri della navigazione in internet… A Gigi suggerisco d’inventare il gioco “Mettiamo il nonno sul trattore”, con ricchi premi per chi riesce a issarlo più in fretta, ma con la dovuta delicatezza, per non danneggiare il nonno stesso…

Ispirazione

Da un anno p. Adriano lavora in una parrocchia che non conosco. In occasione di una sosta a Bangkok vado a trovarlo; ma quando arrivo, sta per uscire: “Devo incontrare alcune persone, vieni con me, poi ti riporto a casa.” “Mi dispiace, ma non ho tempo, devo preparare il corso sul mistero di Cristo…”. Adriano taglia corto: “Per il corso su Gesù, i piccoli ti ispirano meglio dei libri, vieni!” Ma come? Il mio corso è una cosa seria, va preparato bene! Seguo Adriano brontolando fra me e me. Si ferma a salutare un branchetto di ragazzi che giocano lungo un canale. “Sono buddisti – mi dice. Vengono in parrocchia il sabato pomeriggio per qualche ora di doposcuola; poi leggiamo e commentiamo un pezzetto di Bibbia; sembra che piaccia.” Segue lungo colloquio con un giovane disoccupato perché mandi i figli a scuola, poi visita a una vedova che stirando mantiene due nipoti, perché figlio e nuora sono in galera. La gente ci guarda, commenta, qualcuno saluta…
Ci spostiamo in riva al fiume. Seduto su un tavolo in mezzo a barche in riparazione, un anziano magro, magro accoglie Adriano con entusiasmo e racconta animatamente: “Stanotte sono stato molto male, il cuore faceva ‘huef, huef…’ Volevo chiamare, non riuscivo a parlare. Allora ho ricordato quello che mi hai detto, che Dio è padre, e ho detto il Padre nostro. Vedi che sto bene?” “A noi sembra scontato, mi spiega Adriano, ma incominciare a credere che Dio è nostro Padre porta una rivoluzione nelle persone. Per ora ha imparato solo questo, ma vedi com’è contento?” Poi continua: “L’altro giorno, con alcuni ragazzi e adulti del quartiere, abbiamo letto in un salmo: Grandi sono le opere del Signore. Ho chiesto: secondo voi, quali sono queste grandi opere del Signore? Lunga pausa, poi arriva la risposta: quelle che fai tu.”
Eccola qui l’ispirazione per il corso sul mistero di Cristo…
Non partirò spiegando Gesù e i suoi tempi, ma dicendo che il mistero è qui, oggi: perché quest’uomo viene dall’Italia alla Thailandia a cercare quattro mocciosi senza futuro, a dar tempo a un fannullone, ad ascoltare cosa pensano alcuni analfabeti? Dice che lo fa per seguire Gesù. E come avvenne per Gesù, il suo fare e dire rimandano oltre. Le “grandi opere di Dio” sono certo gli oceani e i cieli, ma più ancora sono quelle di un Nazareno figlio di falegname che si china sui bimbi, perdona le prostitute, tocca i lebbrosi, capovolge i nostri criteri di giudizio, si lascia crocifiggere pregando per chi lo uccide. Il “mistero di Cristo” è lì, nel suo proporci un Dio diverso e nel nostro crederlo presente proprio in Lui. Senza saperlo, è questo il Dio di cui sentiamo il bisogno, non una brutta copia ingigantita delle nostre storture. Oggi, come tanti, tanti anni fa.

Risse

Un giovanotto di un villaggio vicino va a Kurigram dal calzolaio per far gonfiare il pallone; accidentalmente uno schizzo di liquido per lustrare le scarpe gli sporca la camicia. Conseguenza? Una rissa colossale che coinvolge 2 villaggi, con 150 feriti, di cui 17 ospitalizzati, e almeno 50 (cinquanta) case incendiate insieme ad un pulmino, 6 tricicli elettrici e cinque riksciò, mentre la polizia accorsa spara 65 bombe lacrimogene e arresta 28 persone… Nello stesso giorno, il primo agosto, un quotidiano riferisce anche di un altra località, dove si lamentano un morto e 10 feriti a seguito di un disaccordo sul luogo dove tenere la grande preghiera della festa Id-ul-Fitr. Tre giorni prima, due morti e molti feriti in una cittadina di provincia per una rissa nell’acquisto dei biglietti del treno prima delle feste.
Ci sono i casi “seri”, vere e proprie battaglie per questioni di proprietà delle terre; ma ci sono anche queste improvvise fiammate, in cui persone normalmente tranquille e gentili perdono completamente il controllo, e si lotta alla morte senza neppure sapere perché. I giornali ne parlano soltanto quando ci scappa il morto, o quando i feriti superano la cinquantina, o quando il traffico viene bloccato per ore. Non solo nei villaggi! Un universitario che fa una battuta su una ragazza dell’altra università è una scintilla per lotte che durano giornate intere e sfasciano aule. Quando si chiede loro il motivo, spesso la risposta non arriva: pura solidarietà di gruppo: se sei dei miei, certamente hai ragione…